Sinderesi, mai sentito parlare?

Sinderesi, mai sentito parlare?

Eppure si tratta di una delle funzioni cruciali dell’essere umano.

Se volessimo percorrere una deriva di stampo paranoico potremmo chiederci come mai nessuno ce ne abbia mai parlato. In fondo, anche se senza troppa convinzione, molti di noi hanno frequentato catechismi, confessionali, oratori, lezioni di religione, corsi prematrimoniali…

Nel kit di ogni buon cattolico non praticante fanno bella mostra di sé articoli quali colpa, peccato, pentimento, sacrificio, fede, nel senso di credenza, speranza, carità, penitenza, misericordia, preghiera e al di sopra di tutto, amore.

Scommetto che, anche spulciando negli angoli più nascosti, difficilmente vi troveremo la sinderesi.

Già, eppure.

Abbiamo dovuto aspettare Papa Francesco, Dio l’abbia in gloria, e quel buon uomo di Scalfari, eletto ormai a prototipo dell’ateo indefesso, per sentirne parlare ufficialmente e apertamente. E scoprire che lo sapevano tutti, tra i dotti della Santa Chiesa Apostolica Romana, che la sinderesi è un tema centrale per la vita spirituale.

Sinderesi deriva dal greco syneidesis, che significa “coscienza” e sta ad indicare, udite, udite, la percezione dei principi della moralità. (Catechismo art. 1780).

Ma come, vuoi dire che la Chiesa ammette l’esistenza di un bene universale, oggettivo?

Certo che sì, ma questo è risaputo fin dai tempi di Tommaso D’aquino: “La sinderesi esprime la capacità luminosa di ogni coscienza umana di riconoscere il bene anche a prescindere dal proprio interesse e dalle diverse circostanze storiche e geografiche.”

(Summa Teologie,.1.q.79 a. 12).

Vito Mancuso così sintetizza lo sdoganamento del concetto per il grande pubblico compiuta da Papa Francesco nella sua lettera a Scalfari:

  1. Esiste un bene comune a tutti gli uomini, universale, oggettivo, che non dipende dalle circostanze o da sentimenti o dalle emozioni, ma che si sostanzia nella natura delle cose.
  2. Tale bene consiste in ciò che favorisce la vita e come tale ogni uomo può riconoscerlo mediante la luce della propria coscienza.

3. “Obbedire alla voce della coscienza significa decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male.

Fermi tutti! Stiamo dicendo che l’essere umano è in grado, da solo, di riconoscere il bene dal male?

Certo, ci rassicura Mancuso: “Esiste un messaggio etico immanente nella natura delle cose e gli uomini con la loro coscienza, sulla base della sinderesi sono in grado di decifrare.” (Vito Mancuso, Repubblica  17 ottobre 2013.)

Si ma la Bibbia?

Eccola: “La coscienza di un uomo talvolta suole avvertire meglio di sette sentinelle collocate in alto per spiare.” (Siracide 37,14).

“Tutto ciò che non viene dalla coscienza è peccato.” San Paolo (Romani 14,23)

“Perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?” (Luca 12,57).

E il Concilio Vaticano Secondo?

“La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria… nella fedeltà alla coscienza i cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità e per risolvere secondo verità tanti problemi morali.” (Gaudium e Spes 16).

Però i teologi…

La Commissione teologica internazionale (organismo di nomina pontificia costituito da trenta eminenti teologi) il 6 dicembre 2008 nel sancire l’esistenza di un’etica universale afferma: Il bene “morale” rende testimonianza a se stesso

Ed è compreso a partire da se stesso. (N.56). E ancora:

“Le diverse religioni sono testimoni dell’esistenza di un patrimonio morale largamente comune” il quale “esplicita un messaggio etico universale immanente alla natura delle cose e che gli uomini sono in grado di decifrare”. (N.11)

Insomma, in ogni ambito della dottrina cattolica si decreta la supremazia della coscienza sulla dottrina stessa:

“La legge morale non può essere presentata come l’insieme di regole che si impongono a priori al soggetto morale, ma è fonte d’ispirazione oggettiva per il suo processo eminentemente personale, di presa di decisione.” (Mancuso 2013)

Meditate gente.

P. L. Lattuada

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