SOTTO STELLE DIVERSE – Pier Luigi Lattuada

(Adattamento del testo di Patrizia Rita Pinoli)
… … Chissà cosa ne sarebbe stato di quel giovane medico irrequieto, un po’ zuccone e aggressivo, senza il Brasile e le sue stelle diverse, i suoi orizzonti mozzafiato come le notti del Minas Gerais o quel corteo a buon mercato di lucida follia fatto di centri spirituali, comunità, villaggi, volti, personaggi? … …
Oasi per rinfrescarsi
… … Questo libro parla di “esperienze interiori”.
L’esperienza interiore è come un bicchiere d’acqua fresca: si fa prima a berlo che a parlarne. E quando abbiamo sete, quello che vogliamo è bere. Hai mai cercato di capire un bicchier d’acqua? Se lo hai fatto, evenienza assai improbabile, certamente in quel momento non avevi sete.
Il primo dato che voglio fornirti, pertanto, è che questo libro è scritto per chi ha sete di chiare dolci e fresche acque, e vuole bere.
Voglio renderti partecipe dell’acqua che ho bevuto e non voglio che tu la capisca, ma che tu la condivida con me.
Io credo, infatti, che anche se tu capissi la mia esperienza interiore non ti avrei dato nulla se non un mucchio di informazioni che andrebbero a ingorgare ulteriormente la tua povera mente già così oberata dal peso di tutta quella “spazzatura informazionale” alla quale siamo, nostro malgrado, quotidianamente sottoposti.
Quello che voglio è che tu possa dissetarti se hai sete oppure semplicemente partecipare all’avventura di un uomo assetato che ha trovato, nel deserto dell’ordinaria esistenza, alcune oasi nelle quali rinfrescarsi… …
Sotto stelle diverse
… … La nostra storia ha inizio un giorno di luglio alla periferia di Belo Horizonte, terza città del Brasile, quattrocentocinquanta chilometri a nord-ovest di Rio. Ci troviamo nel centro di recupero per pazienti psicotici del dottor Edson e siamo, appunto, sotto stelle diverse, le stelle dell’emisfero Sud. Sta per incominciare una sessione di lavoro nel salone appositamente preparato… …
Finalmente al mio posto
… … Stavo stretto dal sudato incanto di mani andate verso il lato oscuro della ragione o scossi dal bacio elettrico degli dei, in piedi sul cemento steso appena sulla terra rossa di Contagem che, polverosa e spessa, dotava l’aria di un sapore stanco [] Stavo rivivendo, lì in quel remoto salone agli antipodi del mondo, in piedi in un cerchio tenendomi per mano con normali e folli, psicotici
ed epilettici, dottori ed avventurieri dello spirito, l’epilogo della mia passione da uomo bianco garantito, scritta dai giorni normali. Stavo godendomi il canto acuto del ritorno a casa… …
… … dall’altra parte del mondo, spogliatomi degli abiti stretti del medico occidentale, stavo cominciando a riconoscere, forse per la prima volta in vita mia in modo così netto, gli sprazzi di leggerezza e autenticità del “trovatore spirituale”. Gettavo lo sguardo sul tetto di tronchi e foglie di cocco intrecciate, mi scuotevo nell’intimo alla scossa trasmessami dal “pazzo” che tenevo per mano, assistevo sconcertato a sensitivi gemere, rotolarsi e vomitare mentre calmavano, entrando nella loro fascia vibratoria, la crisi di epilettici stesi al suolo nel centro del cerchio, scoprivo in me una naturalezza antica possedermi dal ventre e condurmi nel ritmo di tamburi suonati all’ancestro […]Rivedevo il mio primo impatto con il Brasile: l’alba sulla Baia di Guanabara (la baia di Rio), dipinta tocco dopo tocco dalle stelle che si spegnevano. Riprovavo l’eccitazione gaia che mi faceva pendere il collo all’ingiù, oltre il finestrino, oltre l’ala, per seguire le luci infinite accese sulle miserie del suburbio di Rio, ancora da indovinare, per via della distanza, o il corteo rosato mandato dal sole dei tropici tra il mare e os morros (le colline) per dire ai meninos da rua (bambini di strada) che anche quello sarebbe stato un giorno da vivere, o la lunga striscia storta del ponte Rio-Niteroi scritta apposta per fantasie di squali.
O l’agitazione incontenibile, alla vista della spiaggia di Niteroi, che avevo scambiato per Copacabana, del Pao de Açucar, del Corcovado, di tutte quelle baie e rocce e mare e foreste e del Galeao.
Il Galeao, l’aereoporto di Rio, ti accarezza adagio come per prepararti allo schiaffo allegro, fatto di violenza e simpatia, miseria e divertimento, disperazione e umanità, che la città ti sbatterà inevitabilmente sul muso. Sentivo la voce calda ed accogliente della speaker: “Voo quatro, quatro, sete, pará Brasilia, embarque imediato, portao seisc.
La magia di quella voce avrebbe scandito negli anni alcuni tra gli episodi più significativi della mia esistenza e ancora non lo sapevo.
Quello che per ora avvertivo, a una settimana di distanza, mentre me ne stavo lì disteso a viaggiare verso l’utero di mia madre, in una clinica per matti dove non si capiva bene chi fosse sano e chi malato, era la ridondanza sensuale e morbida di quella voce che mi aveva dato il benvenuto in terra carioca.
Nel frattempo intorno, mentre risuonavano le note dell’Inno alla gioia di Beethoven o i ritmi sincopati dei tamburi di Ogun (divinità guerriera), succedeva di tutto.
Canguru, soprannome che da solo la dice lunga sulla prerogativa del suo possessore, saltava per ore come un ossesso, da quando, arrivando in comunità, gli erano state tolte le dodici compresse di psicofarmaci che prendeva da anni. Fernando, giornalista in cerca di curiosità, si guardava intorno per un po’ prima di accorgersi che non sapeva bene che fare e allora si metteva a respirare da yogi sui bordi della piscina. Rosa bruciava letti accendendovi sotto il fuoco che doveva invece sedare nel suo ventre sciagurato, mai sazio d’amore. Geovani, group-leader come amava definirsi, rincorreva i matti più facoltosi cercando di rifilar loro, previo lauto compenso, piramidi di cristallo da mettere sui chakras. Pedro, mosso da fonte oscura, passeggiava senza tregua le ore del giorno e, si diceva, anche della notte, nel tentativo vano di dare una direzione all’angoscia che gli imbrattava l’anima. Cara de Freud (faccia di Freud), medico e psichiatra, sbraitava con la giacca in fiamme per via di una scatola di fiammiferi accesasi da sola nella sua tasca di destra. Carlao, incurante del dato, stava, storto ed immoto, come certi manichini dei grandi magazzini in attesa di conquistarsi un posto in vetrina. Alfredo, desapareçido dei tempi più cupi, ora membro dello staff, si massaggiava le parenti in visita con un occhio alla cura e l’altro alla conquista. Rosanna, vestita da maga, lanciava anatemi a destra e a manca con una coloritura di linguaggio tale da fare invidia al miglior Amado. Edson, proprio lui, il medico fondatore e capo indiscusso della comunità, correva fuori da una stanza imprecando e strappando cuscini per disperderne ai venti la lana i cui filamenti arrotolati erano certamente i responsabili della follia di colei che ci dormiva sopra da anni. Anna, l’italiana finita lì non si sa bene come, venuta da Trieste con un biglietto di sola andata comprato non si sa da chi, strizzava l’occhio ai maschi prima di scolpirti dentro parole pesanti così: «Senti, io sono stanca, sai? Sono veramente molto stanca perché io non dormo, capisci? Io sono quattro notti che non dormo! Io non dormo e non mangio nemmeno. Io sono quattro notti che non dormo e quattro giorni che non mangio niente, capisci cosa vuol dire questo? E io posso stare anche un mese senza dormire o mangiare, capito? Io faccio cose che tu non immagini nemmeno, sai? Perché io sono pazza, pazza, pazza, pazza, pazza, pazza, pazza. Io sono proprio folle perché la follia è bellissima. È bella la follia. La follia è meravigliosa, è la cosa più bella. Io sono spirito, hai capito? Il mio corpo non so cosa sia. Perché io sono pazza. Io sono molto spirituale, non sono materialista, odio i materialisti. Io sono molto religiosa, sai? Capisci, io adesso sono stanca e vorrei dormire, ma potrei anche non dormire. Io ho fame, ma non mangio. Non mangio perché posso non mangiare. Il mio corpo non mi dice niente se non mangio. Non lo sento il mio corpo. Capito? Io sono pazza, pazza, pazza! Io non sono come gli altri, io sono diversa da tutti gli altri. Io sono una zingara. Io rido per la strada, io parlo da sola. Parlo da sola e me ne fotto, capito? Io me ne fotto di quello che dicono gli altri. Io mi vesto di stracci e corro per le strade da sola. Io sto sempre sola, perché stare sola è bellissimo, perché sono folle e la follia è bellissima».
Non poteva certo dirsi, insomma, un impatto ordinario quello che ebbi con il Brasile. Ma non era che l’inizio… …
Il Brasile vuole il tuo cuore
… … Gli occhi del Brasile quando ti guardano ti inviano il loro messaggio: il significato di ciò che fai risiede in ciò che fai e non c’è nulla da capire che tu non abbia già capito. Gli occhi sono quelli di madri che partoriscono per la strada o di bimbi lasciati sulla porta del pronto soccorso di Contagem; di Cristina la India, con arco e frecce nella favela della ferrovia, o del contadino scalzo che dà il suo voto a chi gli promette le scarpe. La gente sa che va bene così, trasforma in danza la sua tristezza e beve cachaça (la grappa della canna da zucchero). Per terra, sui marciapiedi di Rio de Janeiro, la cidade maravilhosa, disegna stelle col sale e accende candele, a Copacabana dispone rose bianche e bambole di pezza sulla spiaggia, in onore a Iemanjà, la Signora delle acque salate, la dea del mare; ai mercati generali, con arance e tabacco, compera statue bianche, rosse e nere, i santi e i diavoli che poi utilizza nei terreiros (luoghi di culto) di Umbanda e Candomblè, dove la sera si va a guarire. All’inizio non capivo e la mia mente si stupiva. Assistevo, nei terreiros, a medium vestiti di bianco propiziare con canti, danze ed incensi la venuta degli spiriti, li vedevo incorporare entità dalle posture più strane, dare e ricevere passes, gesti rituali attraverso i quali veniva canalizzata l’energia curadora (guaritrice)… …
… …Provvidenziale in questi miei primi giorni di “full immersion” nel variopinto panorama spirituale dei culti sincretici afro-brasiliani si rivelò essere per me la figura di dr. Orlando. Il dotor Orlando era un simpatico vecchietto che aveva fatto il dentista per quarant’anni, ma coltivando parallelamente un fervido interesse per le radici culturali e religiose del suo popolo. Lo avevo conosciuto tramite parenti di mia moglie e subito egli mi “riconobbe”. Fin dal nostro primo incontro ci avventurammo in intricate disquisizioni etno-filosofico-spirituali e io capii subito che, comunque sarebbero andate le cose, avevo trovato chi avrebbe nutrito le curiosità della mia mente [] m’invitò per l’indomani a partecipare ad una sessione di Umbanda presso una mae do santo di sua conoscenza, tale Mae Divina. Ed eccoci il giorno seguente seduti e sudati sull’omnibus 3001 che arrancava verso la serra risalendo l’Avenida do Contorno… …
Orixàs, catalizzatori di energia
… … Mi parlava dell’uomo universale che, come dicono i cinesi, risponde al cielo e alla terra e me ne ricordava la sua giornata evolutiva, intercalando i concetti più significativi con un “sò” che faceva poi seguire da due sbuffi col naso. «L’uomo universale, sò, umpf! Umpf! Disponeva pietre verso l’alto per esprimere il suo anelito di unificazione con il tutto, sò, umpf! Umpf! In seguito conobbe gli arnesi e prese a scolpire le forme del suo immaginario, proiettando su di esse il divino che sentiva dentro di sé, sò umpf! Umpf! Da allora, mettendosi in relazione con le sue immagini interiori ed esteriori, egli contratta il suo futuro, attinge alla sua forza interiore, sperimenta la sua capacità di amore, umiltà, dedizione, preghiera, soddisfa i suoi bisogni di abbandono, protezione, rifugio, comprensione, religione, trascendenza, sò umpf! Umpf! E così via». E non c’era modo di interloquire alcunché. Fortuna che, allora come adesso, a me piace restare in silenzio. E così, tra uno scossone ed il pianto di un bimbo, la lezione continuò.
«Solo che, figlio mio, con la stanzialità dovuta alla scoperta dell’agricoltura e la nascita delle grandi religioni morali, l’uomo è venuto sempre più perdendo il contatto con i contenuti del suo immaginario, con gli archetipi, simboli ormai dimenticati dell’esperienza originaria, sò, umpf! Umpf! Le immagini, hanno così finito per assumere un ruolo di secondo piano rispetto ai contenuti del pensiero logico che a poco a poco hanno risucchiato la forza genuina dell’uomo universale sostituendola con quella fittizia del piccolo uomo razionale arroccato intorno alle sue certezze e miserie. La cultura afro-brasiliana, invece, come vedrai, continua a nutrire l’uomo universale dentro di noi, attingendo all’energia delle forze elementali e riappropriandosi dei simboli archetipici, gli Orixàs, veri e propri catalizzatori di energia…». Quel sant’uomo non mostrava nessuna intenzione di smetterla, sembrava deciso a tenermi un corso accelerato di tradizione afro-brasiliana itinerante. Non ero ancora riuscito a dirgli che mi sentivo la febbre, che, nonostante i 38 gradi centigradi, tremavo e avevo i brividi… …
Mae Divina
… … Portai così la mia testa da medico occidentale, calda, pulsante e dolente, sotto il cielo notturno di Belo Horizonte con le sue stelle diverse e la luna orizzontale. Sotto di esse passeggiai trepidante per le strade periferiche e mal disegnate del Bairro Apareçida, alla ricerca di immagini familiari che tranquillizzassero la mia mente, senza trovarle. Caldo di febbre e fervore salii scale sapide d’aglio. Profano, scettico, titubante, ricercatore, complice e distaccato, incapace di essere semplicemente semplice, feci il mio ingresso nella sacralità scomposta dell’Umbanda.
Cosa ci facessi lì non mi era affatto chiaro, cosa avevo io da spartire con quelle moltitudini povere, scure ed incolte che mi circondavano da ogni lato?… …
… … Dotor Orlando spiegava, la mia testa s’induriva sempre più, le danze, i canti, gli incensi resero l’atmosfera propizia, le anime discesero per la dovuta carità. La mia mente, forte del suo ingorgo culturale, credeva ancora di poter restare alla finestra, ma non fu così.
Stavo per conoscere, per la prima volta e sulla mia pelle, il significato di un termine che avrebbe da quel giorno in poi marcato a fuoco la mia esistenza: si trattava del termine Transe.
Stavo per lasciare, per la prima volta, le vesti del medico occidentale, presuntuoso e colonialista, anche se antipsichiatra e di sinistra, per aprire le porte all’onda purificatrice del “flusso interconnesso”. Avrei passeggiato nel cuore, danzato la danza delle forme viventi, trasceso la mente duale, logica e analitica per guardare all’esistenza con l’occhio unico della coscienza intuitiva… …
Totalmente consapevole
… … Mae Divina, la mae do santo responsabile del terreiro, ricamata dal bianco delle vesti, dal rimbalzo colorato di perle di vetro e dal piglio deciso di Giovanna D’arco, intonava i pontos cantados (canti) coi quali si richiamavano le diverse entità, fumava sigari e scandiva i tempi della cerimonia col suono della campanella. La sua presenza riempiva. Quando avanzò tra la folla, mi additò e mi chiamò, io andai. Bastarono una mano sulla testa e una parola sussurrata perché anch’io diventassi, in breve, un isterico che si agitava. Come il serpente la sua pelle, così io sentii l’ego scivolarmi di dosso. Sentii incrostazioni di anni scrollarsi dalle mie spalle, dalla mia nuca. Giravo e girando andava in pezzi l’ingorgo culturale della mia mente rozza, le mie certezze venivano portate lontano come polvere cosmica nel mondo parallelo abitato dal nulla. Giravo senza trovare un posto dove appoggiare i miei piedi, un punto di riferimento al quale affidare i miei pensieri. Ero solo nel buio, la leggerezza che provavo mi pareva insostenibile, il senso di apertura era talmente profondo nelle mie cellule da confondersi con un senso di disintegrazione, la paura si confondeva con la gioia, il buio con la luce. Mi sembrava di non esserci, eppure ero totalmente consapevole, mi sentivo fermo eppure stavo girando, mi sembrava di urlare, eppure ero in silenzio. Mi sembrò di volare verso l’alto quando vibrai e caddi. Non so quanto tempo rimasi nella luce che vedevo, nell’amore che sentivo… …
… … comparve l’essenza sotto forma di un’immagine guerriera e dipinta di rosso. S’accese allora l’avida fiamma del desiderio, mille immagini divamparono alla mia mente, sentieri di luce tracciarono l’ascolto tra mine vaganti e terrifici fantasmi, stelle brillarono di solito tra i neuroni del mio cervello. Nulla stava fermo, il tempo venne trascinato ovunque, lo spazio si rivolse su se stesso, galassie abitavano la mia pancia che se ne stava altrove senza sapere dove. Nel frattempo, mille domande assurde affollarono quel campo di coscienza che nessuno ormai poteva dire a chi appartenesse … …
… … Quando riconobbi l’andare e venire del mio respiro e a questa consapevolezza mi radicai, incominciai a ritrovarmi. La leggerezza si prese cura di me, la gioia mi sorrise nel cuore, aprii gli occhi e vidi Mae Divina che non aveva mai smesso di vegliarmi, intonare un canto di ringraziamento: «Oxalà meu pai, tem pena de nos tem dor…». Quando mi riebbi, mi abbracciò e mi rassicurò… E tutto mi sembrò normale… …
La chiarezza
Mae Divina parlava, la tazza del caffè tra le dita, gli occhi socchiusi, le palpebre tremanti, il tono cadenzato di chi raccoglie le parole a una a una, come mele in un frutteto.
«Vai pertanto alla sorgente figliolo, diritto per la tua strada con estrema attenzione a riconoscere le tentazioni che vogliono farti deviare. Perché ricorda, nel deserto della vita è molto più facile perdere la strada che trovarla. E spesso il miglior modo di perderla è quello di cercarla. Pertanto figliolo, se tu vuoi portare chiarezza nel mondo devi sapere che è molto più facile per il mondo portare a te confusione che non viceversa. Tu, l’altro giorno, hai navigato nella confusione e raggiunto attimi di chiarezza, ti sei dissetato con gocce di verità. Questo non è che l’inizio figliolo.
Non occuparti di trasmettere chiarezza perché la chiarezza non può essere trasmessa, ma la confusione sì. La chiarezza è un fatto individuale, nasce dal contatto con la propria verità, luogo della chiarezza, la confusione è un fatto collettivo nasce dal bisogno di raccontarsi delle bugie o delle mezze verità che ci allontanino dalle nostre responsabilità. La chiarezza non è un fatto esteriore che può essere trasmesso a parole, può solo essere recepito da chi è disposto a venire con te nel luogo della chiarezza e, una volta costì, voglia e sappia dirigere il suo sguardo chiaro dentro di sé, per vedersi»… …
… … «Prima la smetti di nasconderti dietro quel baluardo di cartapesta della confusione, che porta con sé l’arroganza degli ignoranti, meglio è. Non sei tu ad essere confuso, ma la tua mente, e perciò rallegrati anziché incupirti, perché quando si ha il coraggio di confondere la mente, si è a buon punto. Una mente confusa è come la terra dissodata dall’aratro, pronta per essere seminata. Tutto ciò che esiste è vibrazione, ci disse il sacro spirito che ebbe la benevolenza di comunicarci il suo illuminato verbo, e tutto ciò che esiste, ogni vibrazione, è riconducibile a vibrazioni originarie: gli Orixàs, le forze che reggono il mondo. Essi, infatti, sono le forze degli elementi della natura e tutto ciò che esiste esprime in sé l’energia degli elementi variamente combinati. Anche ogni comportamento, ogni atteggiamento, ogni caratteristica degli esseri viventi è riconducibile alla manifestazione dell’energia di un Orixà Gli esoterici dei nostri giorni parlano di forze cosmiche, gli alchimisti di energie elementali, gli psicologi di archetipi. Ognuno ha bisogno di chiamare le cose con un nome che gli sia usuale, dando loro un diverso significato in base alle proprie necessità, ma nessuno deve dimenticarsi che esse, prima di avere un nome, sono un fenomeno. Gli Orixàs sono le forze che animano ogni fenomeno dell’esistenza. Ciascuno ha il dovere di rispettare il significato storico degli Orixàs e la pregnanza cosmica della mitologia che essi esprimono, così come ha il diritto di rivendicare la propria esperienza interiore delle forze»… …
… … «La ricerca di certezza è solo il misero tentativo della nostra mente duale di mascherare la confusione nella quale è immersa. Quanto più la mente è confusa, tanto più cercherà di aggrapparsi a delle certezze credendo, in questo modo, di raggiungere la chiarezza. Ma la chiarezza nasce dall’esperienza unitaria dell’esistenza che non può essere fermata per venire compresa. L’esistenza è in Transe e può solo essere vissuta»… …
Il discorso del lago
Cominciò così quello che sarebbe passato alla storia come il “discorso del lago”:
«Oggi è lunedì, giorno di Iemanjà, la grande madre, signora delle acque salate, e con oggi e nella vibrazione di Iemanjà avrà inizio la settimana di passione di questo nostro figlio che si concluderà con l’uscita dalla camarinha e l’amaçi».
«Calma, fermi tutti. Cosa significa questo? Nessuno mi aveva preparato. Io devo tornare alla comunità del dotor Edson, devo concludere la mia ricerca sui sensitivi, fare le interviste, ho solo quindici giorni di tempo. Fu solo per caso che nel mio passaggio da Belo Horizonte, accettai l’invito di dotor Orlando per assistere ad una cerimonia dei culti sincretici e lei lo sa dottore, lo dica. Poi questa storia di passare un week-end in contatto con la natura e le sue forze e adesso una settimana intera. Ma io non posso, ho altro da fare».
«Tu sei abituato, figlio, a gettare alle ortiche i doni che l’esistenza ti offre? Tu sei abituato a non riconoscere le opportunità quando queste bussano alla tua porta? Oggi, io ti dico che il manto della irradiaçao (irradiazione) cristica è sulla via per comprenderti, già si sono aperte le porte d’Aruanda (il paradiso dell’ Umbanda) e i cavaleiros da Umbanda sono in viaggio alla volta della tua anima»… …
… … Ero assolutamente deciso a congedarmi da quella compagnia di invasati e tornare a Belo Horizonte con l’autobus del pomeriggio, ma quando aprii la bocca per comunicare le mie intenzioni sorpresi me stesso: «Va bene, quando si incomincia? Facciamo questa benedetta camarinha»… …
… … Mi misi allora il cuore in pace e coltivai la meraviglia.
«Bene, figlio, mettiamoci al lavoro», esordì Mae Divina, letteralmente rimboccandosi le maniche. Stai bene attento perché un buono sciamano deve saper nutrire le forze con le quali lavora e dalle quali riceve così tanta grazia. In questo campo non si possono fare errori, non si può essere né sprovveduti né tirchi. Tutto dev’essere do bon e do melhor (del buono e del migliore) e deve essere preparato secondo le regole».
La giornata intera passò, tra pentoloni e vassoi, composizioni floreali e profumi di erbe, tra insegnamenti culinari e segreti di magia rituale… …
Solo
… … Mi sentivo un forzato dello spirito, ma non riuscivo a trovare il modo per modificare la situazione; ci pensò la quiete impavida di un altro giorno che scivolava lento dietro il colle, trainato dal carro del fuoco, a lasciarmi dentro un silenzio equanime che non sapevo bene se attribuire alla magia estatica di quella giornata trascorsa nella devozione della dea madre e delle sue forze o a quella più ordinaria, dell’ora che volge il desio.
Ad ogni modo si trattò di una quiete benedetta, dal momento che dopo poco arrivò Mae Divina e con essa le ultime istruzioni per la camarinha che avrei dovuto iniziare quella stessa notte. Sarei rimasto lassù, sotto il sole e le stelle, dentro il cerchio sacro, nutrito dal solo cibo degli Orixàs, il tempo necessario a rendermi degno per la loro venuta e il loro salvifico abbraccio. Avrei atteso, incurante dei mostri della mia mente, degli agguati dei guardiani della soglia, delle minacce più reali di lobos, onças e cobras (lupi, pantere e serpenti) le visioni e le incorporazioni. Sarei ritornato da uomo nuovo e degno di essere tale… …
… … Distesi le stuoie e su di esse il sacco a pelo, a fianco depositai lo zaino con il maglione, il coltello, la bussola (vezzo da Indiana Jones dello spirito), il cappello e la bottiglia dell’acqua. Respirai leggero e mi guardai intorno. Per prima cosa mi scoprii solo e questa semplice consapevolezza mi aprì le porte dello straordinario. Porte che, da allora, pur spalancandosi solo a tratti, rimasero sempre socchiuse. Guardavo le nubi farsi rosa per il tocco dei raggi al tramonto… … 
… … Venni così colpito dai primi bagliori dell’insight: se vuoi entrare nella vita, uomo, riconosci e accetta la tua condizione, sei solo.
La voce interiore continuò:
Varcata la soglia della solitudine, allora puoi veramente amare ed essere amato, quando sei vuoto dal bisogno dell’altro, allora puoi realmente riempirtene, quando ti liberi dall’altrui complicità, allora puoi raggiungere la piena responsabilità per la tua esistenza. Parti da lì.
E da lì cercai di partire, misi il sacco a pelo arrotolato su di una pietra e mi disposi all’osservazione…la mia mente entrò in un vortice bizzarro ma il mio respiro si fece leggero. Cominciavo a comprendere: niente alibi, ciascuno di noi può sapere esattamente e in ogni istante ciò che è bene per sé oppure no; la leggerezza del respiro è la cartina al tornasole della verità rispetto a noi stessi… …
… … E come le acque bianche preannunciano il fragore della cascata, così il dialogo conflittuale delle voci dentro me precedette il gorgo avido del marasma. Venni allora sradicato dall’abito solito dell’ordinario, percorso dalla notte dipinta di chiaro, provocato dal groviglio timido di visceri colti dal sonno dell’anima, piovuto da gocce pesanti di noia, pianto da stelle perdute nello sconforto sovrano, incolto da suolo arido, offerto dal dono ingrato del tempo, curvato da colli tagliati nel dubbio verde dell’ombra, svuotato dall’onda collocata tra spazi e rimpianti… conobbi così il rumore ruvido di me. Scoprii, in una parola, che non potevo fare altro che arrendermi a quel flusso di immagini e pensieri che portavano a spasso la mia attenzione, in barba a ogni mio proposito di fermezza… …
Un’intuizione
… …  Mi risvegliai fradicio di sudore, mi tolsi i vestiti e danzai alle quattro direzioni con movimenti lenti e fluidi; assistetti ad alcuni canti sgorgati dalla mia anima. Non c’era attrito nel mio corpo, non c’era interruzione tra il flusso delle forze fuori di me e dentro di me. Il sole scaldava il mio petto e si scioglieva dentro in un canto dal cuore, il vento spazzava la mia pelle e filtrava tra cellula e cellula a comporre un fremito leggero. L’onda verde della foresta scompigliava le mie viscere in un sorriso profumato, il senso forte della terra accoglieva ogni mia tensione con una carezza morbida, come la madre i tormenti del figlio. Dal cielo il flusso interconnesso chiedeva alla ragnatela orizzontale della conoscenza di farsi da parte. Cominciavo a intuire: acqua stava realmente a significare fluidità e dolcezza, aria libertà e leggerezza, foresta vitalità e così via. L’esistenza ci dispensa amore a profusione in ogni istante, l’universo stesso è la farmacia dalla quale possiamo attingere il rimedio per ogni nostro malanno, gli Orixàs sono a un tempo la nostra medicina e il nostro medico. Questa comprensione aveva dello straordinario… …
Ciò che muove il mondo è l’amore,
ciò che ti ammala
e ti fa soffrire
è l’amore che non sai dare.

E non c’è niente da capire.

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