Riflessioni sul “perdono”

Riflessioni sul “perdono”

Dal luogo interiore dove oggi mi siedo per fare delle considerazioni sul perdono,sento che il perdono lo posso considerare non tanto un’azione buonista,”vogliamoci tutti tanto bene…”,quanto uno stato armonico con noi stessi, una riconciliazione interna, di fatto mi riconcilio con me stessa, ed è come una sorta di risveglio spirituale dove sento avvenire in me un processo di guarigione e crescita della coscienza. Mi sento di definire il perdono un percorso che avviene sia sul piano personale che transpersonale: chiesa, comunità, appartenenza ad un popolo o ad una cultura… percorso di conversione di coscienza all’interno dei singoli individui che crea un campo di comunicazione oltre la verbalizzazione e raggiunge appunto la collettività o meglio la coscienza collettiva, in Biotransenergetica sappiamo quanto l’espansione di coscienza di un singolo individuo (“coscienza dell’unità, fare del due l’uno. Io sono io, tu sei tu, io sono te. Osservazione Consapevole Amore Compassionevole”) possa aprire la strada ad una revisione della storia personale, collettiva, di un intero popolo, di una nazione. Quando entro in questo processo del perdono inizio ad attuare un cambiamento interiore, profondo, del mio modo di sentire, pensare e vivere, in altre parole mi riconnetto alla Sorgente, ritorno a Dio, in questa fase di riconnessione al Padre è forte la percezione dell’interdipendenza tra me stessa e tutti gli altri esseri, pertanto cerco di rendere capace la coscienza e l’intelligenza emotiva di potersi esprimere, al di là del ragionare egocentrico, accade che mi apro all’umiltà, azzero il giudizio ed è così che si attiva l’innata capacità di amare e di accogliere l’altro, il diverso da me. È solo attivando la sensibilità e portando la mente nel cuore che posso mantenere l’equilibrio rendendomi capace di perdonare e ristabilire la pace. Tutti noi abbiamo bisogno di perdonarci e perdonare per poter crescere nell’amore e nella pace; per accettarci veramente dovremmo provare l’esperienza di imparare a perdonarci per poterci liberare dagli stati emotivi turbati che come ombre si annidano nel profondo del nostro essere impedendoci di evolvere, di essere luce e irradiare amore. Quando mi misuro con la mia incapacità di perdonare tutto in me diviene assenza di fluidità e armonia, tutto in me diviene rigidità, creo di fatto uno stato di rigidità che inevitabilmente si riflette su tutti i livelli del mio corpo-mente, rigidità ed intolleranza che non fanno che accrescere e promuovere stati di malessere profondo. L’incapacità di perdonare accende il desiderio di vendetta, vengo meno all’invito verso l’unità del cuore dei popoli che il Cristo costantemente mi suggerisce, il suo messaggio di amore mi invita ad andare oltre ogni contrasto e conflitto, di trascendere la sofferenza e l’orgoglio, eppure, quanto spesso faccio fatica ad agire secondo l’insegnamento: “ama il prossimo tuo come te stesso”. La mia riflessione si allarga al rapporto tra le sacche di rancore covato e accumulato nei confronti di un atto che riteniamo ingiustamente perpetrato nei nostri confronti, per non parlare di atti criminosi e delittuosi veri e propri che le pagine di cronaca e la storia ci raccontano quotidianamente e si legano ad interi popoli, all’incapacità di trovare una risoluzione, una collocazione agli eventi stessi. Ritorno a sostenere che la risoluzione può avvenire attraverso un processo interno di riconciliazione, il quale è possibile solo per mezzo del perdono e a sua volta il perdono è possibile solo superando il senso di colpa. Quando non trovo una risoluzione molto spesso il rancore sfocia in una reazione difensiva di rabbia, la rabbia è un movimento interno del tutto naturale che ci porta a raccogliere tutte le energie nella difesa, quello che non è naturale, ma risulta essere decisamente più nocivo, è il risentimento che porta inevitabilmente alla violenza. Che cosa sarebbe il mondo se non ci fosse il perdono, se fossimo totalmente incapaci di perdonare? Ci sarebbe sicuramente ancora più violenza.
Parliamo spesso di ricerca interiore e quindi parliamo della capacità di osservarci profondamente al nostro interno per poter giungere alle porte della soluzione del conflitto interiore, per sanare l’ancestrale ferita del peccato originale e andare oltre il senso di colpa e la vergogna, oltre il condizionamento culturale e religioso impresso nel nostro dna legato al peccato e al senso di colpa e quindi alla sana vergogna, sana nella misura in cui riesco a vederla come stimolo e quindi come l’alleata che mi porta alla coscienza il senso di avere infranto un rapporto di fiducia.
Perpetuare in noi stessi e negli altri i torti subiti non può che perpetuare e creare violenza. Non perdonare significa restare ancorati al passato nell’attesa di potersi vendicare… La vendetta è inutile genera ulteriore dolore, perché mantiene attivo il “virus” del risentimento, divento terreno fertile per la malattia, il risentimento danneggia il mio sistema immunitario, mi rende debole, perdo tutta la forza necessaria per contrastare l’odio e l’avversione che crescono al mio interno, il cancro dell’odio…
Sento che nulla può essere ritenuta una mia proprietà e sento che lo posso comprendere solo nel perdono, perdonare significa “condonare” e letteralmente “donare completamente”. Il perdono mi richiede una generosità maggiore e questo perché ho tutte le ragioni e i diritti per rivendicare giustizia, ma la mia generosità nel sapere accogliere l’altro, va oltre il mio stesso dolore; quando questo accade dentro me stessa avviene una vera liberazione. Ogni volta che riesco a perdonare sento che mi libero di un nemico, mi libero realmente “dell’ombra”, di una paura, di un rapporto conflittuale che se viene alimentato a dismisura come purtroppo spesso accade non può che creare una guerra interiore e rapportato al di fuori di me o ad un popolo o ad una nazione, non può che creare guerra su vasta scala. Dunque il perdono è essenziale.
Secondo l’insegnamento Buddha, la via di mezzo è la via dell’equilibrio. La via di mezzo richiede la capacità di discernere le forze contrapposte, di riconoscere nel momento in cui si oppongono e generano conflitto, di spezzare la loro alleanza neutralizzandone l’azione; questa neutralizzazione non è altro che il processo di pace. Nel momento in cui le due parti si incontrano, nel momento in cui non agisce più la contrapposizione, si arriva ad un raccordo per una reciproca volontà di riconciliazione. È questo quello che dovremmo far avvenire al nostro interno, per nostra decisione, volontà di crescita e auto guarigione. È questo quello che insegniamo e pratichiamo in Biotransenergetica, nella sua essenza di disciplina psicospirituale transpersonale ci porta a cercare di capire cosa significa perdonare. Se perdonando mi libero da pesi ed ombre semplicemente significa che posso iniziare a stare bene, se invece voglio continuare a rimuginare su fatti, colpe, eventi so che sto accumulando e accrescendo il conflitto, quindi sto scegliendo di restare nel malessere, libera scelta, nessuno dall’esterno può interferire, in quanto l’odio presente nella mente non può che essere affrontato dalla persona che al proprio interno decide di operare un processo di pacificazione e osservazione consapevole. In cuor mio so quando ho perdonato e quando sono libera dal rancore, perdonare non significa dimenticare i torti subiti, perdonare non significa non rivendicare i propri diritti, perdonare non significa doversi riconciliare a tutti i costi. Il perdono può avvenire semplicemente e solo al nostro interno, non possiamo imporre ad un altro una riconciliazione che ci riguarda in prima persona è importante fare questo percorso dentro noi stessi per sentirci liberi e in pace. Perdonare non significa essere superiori ad un altro, anche se del tutto naturalmente può accadere di provare una sensazione di sentirci più grandi, ovviamente è rendere questa sensazione il trono per l’orgoglio che toglie potere al perdono. Perdonare significa assumersi maggiori responsabilità, il nostro è un lavoro interiore a volte più faticoso di altri lavori perché ci impone di andare al di là dei propri interessi egoistici, al di là dei limiti imposti dalle nostre emozioni e le emozioni a volte possono arrivare a creare contrazioni al cuore e un cuore contratto fa fatica a donare e donarsi e quindi se sul piano emotivo facciamo fatica ad aprirci e donarci, perdonare diviene ancora più difficile.
Concludo questo lungo capitolo di riflessioni, che potrebbe in realtà dipanarsi ulteriormente per connessioni infinite legate al dare o negare il perdono, ritornano al messaggio di Gesù, egli mi porta a dover riconoscere l’incapacità di lasciarmi andare, se fossi in grado di lasciarmi andare tutti i miei “peccati” sarebbero rimessi, la cosa più importante è la fede: se fossimo capaci di totale abbandono, di fede, godremmo di una totale liberazione dal senso di colpa e di inadeguatezza. Sapersi abbandonare è una resa e quindi in quanto tale è l’abbandono di posizioni conflittuali… ma perdonare, non significa farsi calpestare dagli altri.

Bruna Villante
Docente di biotransenergetica

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