Counseling: dov’è la novità?

Il counselor viene da più parti descritto come un professionista della relazione d’aiuto: capace di aiutare gli altri ad aiutarsi.
Allora, dov’è la novità? Abbiamo già il prete, il medico, lo psicologo; possiamo già far riferimento ad altre figure professionalmente deputate all’aiuto e al sostegno di chi si trova in difficoltà. Che bisogno c’lla dottrina rivelatatropolitanelle case della gente e nei servizi sociali.le aziende, negli ospedali, nelle notti metropolitaneè di un altro tipo di operatore?
Se pensiamo, generalizzando, alle tre categorie menzionate possiamo cogliere alcune specificità del loro modo d’intervento. La figura del prete, di solito, tende a spiegare al prossimo cosa è bene e cosa è male, dice  cosa fare e cosa non fare: il rischio e che non si occupi dell’essere umano, ma di come l’essere umano agisce, del suo aderire o meno alla dottrina rivelata.
Il medico, il più delle volte, e se ci riesce, si occupa delle malattie; l’essere umano che gli si presenta per ricevere aiuto diventa un caso: ridotto a un insieme di sintomi da debellare, a una diagnosi, a una terapia, a una prognosi che rischiano di mortificare la sua integrità. Tra medico e paziente spesso si gioca un gioco di complicità per il quale, il paziente delega al medico la cura della sua malattia, il medico delega alla scienza gli strumenti per la cura, nessuno dei due si occupa del processo di fronte al quale si trovano che coinvolge due persone e la loro storia personale di vita.
Lo psicologo, il penultimo arrivato, poteva forse offrire una diversa possibilità, occuparsi di persone, ma tendenzialmente, sembra aver imboccato un’altra strada, che lo porta a imitare il modello medico. Sofferente di complesso d’inferiorità nei confronti dei camici bianchi, dalla cui costola deriva (si pensi a Freud, Adler, Groddeck, Jung, Reich per citarne alcuni), timoroso di non essere abbastanza scientifico, si è avviato deciso sulla strada impervia caratterizzata della misurazione della psiche e dalla paradossale intenzione di dimostrare in questo modo la validità del suo operato. La pretesa ultima sembra quella di sviscerare le cause, capire i perché della sofferenza, spiegare  la fatica, il  dolore, la depressione, il  disorientamento di chi si rivolge a lui.
Ovviamente, in ognuna delle professioni portate come esempio è possibile trovare individui saggi e illuminati capaci di accogliere, ascoltare, sostenere l’altro, ma troppo spesso sono i rigidi modelli psicologici, sociali, medici, religiosi a prendere il sopravvento; le teorizzazioni sull’essere umano , le strategie di intervento, i protocolli metodologici occupano lo spazio dell’incontro tra individui, limitano la reale possibilità di  prendersi cura dell’altro.
Dov’è la novità, allora? O meglio: dove speriamo sia la novità quando parliamo di counselor? La risposta può sembrare estremamente semplice: la nostra speranza è che il counselor si occupi dell’essere umano.
Riguardo al counseling possiamo raccogliere una varietà di opinioni e atteggiamenti; negli ultimi anni sono state formulate differenti definizioni; sono nate scuole diverse legate a un orientamento o all’altro; è esperienza di numerosi counselor, formatisi in tempi più o meno recenti, la fatica di trovare uno spazio professionale in cui operare. Ma è altrettanto evidente il fatto che la figura del counselor risponde a un’esigenza precisa e pressante della società in cui viviamo: un bisogno sempre più forte di ascolto, di contatto, di relazione, di esserci nell’incontro.
Nella realtà del quotidiano, questo bisogno, nella stragrande maggioranza dei casi, è disatteso proprio da quelle figure che hanno scelto una professione d’aiuto. È sotto gli occhi di tutti: di sovente il medico non trova tempo per i suoi pazienti, nemmeno quello di guardarli in faccia, li considera dei casi, a volte dei dati statistici; il prete troppo spesso si limita a dare indicazioni su come comportarsi nel rispetto di rigide norme che fatichiamo a condividere; lo psicologo, non di rado, offre la sua fredda esperienza clinica, le sue teorie di riferimento, le mappe che si è abituato a usare per elaborare ricette di vita  più o meno efficaci nel contrastare il disagio che gli viene consegnato.
Il medico nella sua ricerca di diagnosi e di terapia si affida sempre di più alle macchine, lo psicologo, in affanno per la sua crisi d’identità e carenza di pazienti, rincorre affidandosi alle neuroscienze, il prete offre a chi cerca conforto e spiritualità, un sistema di credenze e norme morali che maschera con la fede. Tutti sono alle prese con faccende come il tempo e il denaro. Appartiene a tutti l’esperienza di una visita dal medico di famiglia, il quale ha la sala d’attesa piena e giusto il tempo di prescrivere una visita specialistica e una batteria di esami clinici. O vogliamo parlare delle visite specialistiche nelle quali il medico è costretto a fare spogliare il paziente mentre lo interroga per rispettare le tabelle imposte dalla direzione sanitaria, che si aggirano su tempi da record, approssimativamente undici minuti per una visita cardiologica, nove per una ginecologica.
Al counselor chiediamo altro, non solo in termini di competenze specifiche. A lui chiediamo tempo e cuore, presenza e ascolto. È un’esigenza emergente nella nostra società, qualcosa di noto, ma difficile da trovare. La nostra speranza è che il counselor sappia rispondere al bisogno di accoglienza e condivisione, al bisogno di contatto e  di costruire relazioni autentiche.  Ecco dove possiamo riscontrare un elemento di novità. Questo può essere lo spazio speciale occupato dal counselor, il suo ruolo peculiare: esserci con il cuore, provare sincera benevolenza, il desiderio autentico che chi il suo cliente stia bene, essere semplicemente e naturalmente felice della felicità dell’altro.
Il counselor, nuovo essere umano per una nuova umanità che sappia passare dalla competizione alla condivisione, dal controllo alla sinergia, dalla ricerca dei perché, alla capacità di esserci, dovrebbe mettere in cima alla sua lista di priorità la grazia di provare autentica gioia per la gioia altrui, sincero desiderio di volere il bene del suo cliente e non solo del suo portafoglio o della sua carriera.
In una società intessuta da mille problemi, dibattuta tra scientificità e successo, il counselor può occupare lo spazio, quasi sempre lasciato vacante, della benevolenza, dell’autentico, profondo desiderio di amore.
Un’altra novità, a proposito di questa nuova figura, potrebbe essere quella di partecipare a una rifondazione culturale che sappia restituire il giusto nome alle cose, un pensiero post-convenzionale che sappia cogliere la verità oltre le apparenze, l’essenziale oltre il sovrastrutturale, l’autenticità oltre la freddezza professionale, la fiducia oltre la paura di non essere abbastanza scientifici, l’intuizione oltre la ragione, il paradosso della consapevolezza oltre la linearità logica della conoscenza.
Si racconta che un giorno si presentarono a Confucio emissari provenienti dal Sud del paese e gli chiesero: «Signore, le popolazioni del Sud si sono ribellate, cosa dobbiamo fare?». La risposta del saggio fu: «Andate e date il giusto nome alle cose».
Dare il giusto nome alle cose, significa costruire mappe coerenti al territorio che vogliamo esplorare, e questo come ben sa ogni viaggiatore, riveste un importanza cruciale.
Quando si pensava che la terra fosse piatta, per millenni nessuno dall’Antica Europa salvo forse qualche temerario Vichingo si avventurò oltre le colonne d’Ercole: una cultura medica che riduce la psiche a mente, la mente a ragione e la colloca nel cervello, molto difficilmente potrà occuparsi con competenza e efficacia di questioni come la coscienza, la spiritualità, la creatività, la compassione, la gioia o la paura, la fiducia o la rabbia, l’amore e la consapevolezza. Una scienza che voglia misurare non potrà mai afferrare l’esperienza umana nella sua essenza, la quale è per definizione incommensurabile e irripetibile.
Se restituiamo al termine psiche il suo significato originario di anima, soffio, come spirito, ecco schiudersi davanti ai nostri occhi i territori sconfinati dell’oceano della coscienza, per iquali, altre mappe sono necessarie. Possiamo allora ricordare Aristotele il quale sostiene che: «Psiche è in qualche modo tutte le cose». Possiamo considerare il medesimo concetto ripreso da Jung con l’affermazione della corrispondenza tra psiche e totalità. In tempi più recenti, grazie a Panikkar[1], filosofo e teologo, che amava definirsi totalmente occidentale e totalmente orientale, possiamo articolare la nostra cartografia della psiche integrando gli aspetti di Logos, Autos, Pneuma, Bios e Zoè. Aspetti che rappresentano la totalità dell’esperienza del vivente e sono da intendere come:
Logos, la funzione pensante, la mente fonte di pensieri; Autos, il senso d’identità, comunque manifestazione della totalità; Bios, le funzioni vitali espresse dal livello fisico ed energetico; Pneuma, la funzione senziente, l’anima con le sue emozioni, i suoi sentimenti e desideri; Zoè, la forza vitale.
Proprio da quest’ultimo concetto può prendere origine una riflessione profonda. Il termine Zoè, rintracciabile in molti scritti, per esempio nel Vangelo, è stato tradotto con l’espressione vita eterna. Panikkar ci ricorda che, in realtà, significa qui e ora, adesso, manifestazione dell’energia nel presente, essenza della presenza.
Al cospetto del quadro tracciato da Panikkar possiamo chiederci quanti  medici, psicologi, psicoterapeuti, nonostante un lungo percorso di studio accademico, non avendo mai sentito parlare di psiche in questi termini, sia da ritenersi in grado di operare in un territorio di questa complessità.
E’ noto a tutti l’attacco da parte di una certa parte di associazioni di psicologi alla figura del counselor. A tutela della loro professione costoro anziché occuparsi di adeguare le oro mappe obsolete di territori che esistono ormai solo nelle loro menti e i loro protocolli ormai superati dalla storia rivendicano il diritto esclusivo per i loro iscritti di occuparsi della psiche, in virtù di cinque lunghi anni di studi universitari. Siamo al paradosso.
Interrogando i miei allievi della Scuola di Psicoterapia Transpersonale che dirigo, scopro che la quasi totalità di essi non ha mai sentito parlare, in questi lunghi cinque anni, di soggetti quali Rollo May (il fondatore del counseling), Neuman, Hilman, Reich, Lowen, Grof, Wilber, per citare solo i casi più eclatanti. Molti di Jung hanno avuto solo un accenno nei corsi di psicodinamica avanzata.
È un vuoto che va colmato. I medici non ci pensano nemmeno. Gli psicologi anziché rimboccarsi le maniche, affilano i coltelli da mettersi tra i denti per fingere combattività e proiettare le loro frustrazioni sui counselor emergenti. Nessuno mostra di avere il coraggio di andare oltre le colonne d’Ercole erette nelle proprie menti e aprire il proprio cuore a una sincera collaborazione tra saperi.
La verità è che si tratta di un vuoto di fiducia e di amore che va colmato, termini che il mondo scientifico si guarda bene dall’indagare e che il mondo medico psicologico persiste nell’ignorare.
Il counselor, non è la panacea e rischia di essere inghiottito dagli stessi fantasmi, ma in quanto figura emergente che promette un essere autentico e un agire amorevole potrebbe contribuire in maniera significativa a colmare questo vuoto. Attento all’essenza dell’essere umano, il counselor dovrebbe e potrebbe porsi presente e totale di fronte all’altro, con un impegno di amore autentico. Semplicemente, profondamente, responsabilmente con l’umiltà e l’amore di cui è capace, il counselor potrebbe, uscendo dalla rigidità dei setting e dei protocolli, varcare le soglie delle sue gabbie mentali e proporre il proprio cuore. Un cuore che non significa ingenuità e mancanza di professionalità, ma che trascende e include le conoscenze intellettuali e le metodologie d’intervento specifiche nell’esserci, compassionevole e consapevole.
Un cuore che, per tranquillizzare gli esigenti, potremmo anche chiamare Mente con la EMME MAIUSCOLA, a significare Mente Unitiva, oltre il dualismo dei nostri condizionamenti culturali e gli attaccamenti del nostro ego.
Una Mente in grado di portare il counselor, senza timore, fuori dagli studi professionali, per calarlo nel territorio, per le strade, nei mercati, nelle scuole, nelle aziende, negli ospedali, nelle notti metropolitane o nelle periferie degradate, nelle case della gente e nei servizi sociali.
Una Mente non giudicante, non diagnosticante, in grado di affermare con presenza: Io ci sono, incondizionatamente.

P. L. Lattuada MD., Ph.D.


[1] Panikkar R. (1992), Il silenzio di Dio. La risposta del Buddha, Borla, Roma

2 thoughts on “Counseling: dov’è la novità?

  1. totally agree !

    il counselor transpersonale come Modo Ulteriore nella nuova era, per aiutare a guidare e costruire una Nuova Società (più) Umana, recuperando gli antichi Principi-tesori andati dimenticati 😉
    ! OH !

    WolfKrì

  2. Caro Pierluigi, molto raramente mi capita una consonanza profonda e "precisa" fino all'ultima sillaba, con la tua ideologia del counseling e del counselor. A chi sostiene che hai tratteggiato un fondatore di religione, rispondo che volare alto è essenziale per cogliere l'insieme del paesaggio ed è propedeutico all'affinamento spirituale ed alla rivoluzione delle coscienze. Federico Ferraris.

Leave a Reply

Your email address will not be published.