Commento sulla Via del Biasimo di Fabrizio d’Altilia

“Un bravo terapeuta non ascolta il contenuto delle stronzate prodotte dal paziente, ma ne ascolta il suono, la musica, le esitazioni. La comunicazione verbale è di solito fatta di bugie. […] E allora non ascoltate le parole, ma soltanto quello che vi dice la voce, quel che vi dicono i movimenti, quel che vi dice l’atteggiamento, quel che vi dice l’immagine.
Se avete le orecchie, dell’altro sapete già tutto. Non avete bisogno di ascoltare quello che la persona vi dice: ascoltatene il suono. Per sona, cioé ‘mediante il suono’. Il suono vi dice tutto. Tutto quel che una persona ha da dirvi è lì… e non nelle parole.”
Fritz Perls

Quello che dice Fritz Perls vale in particolar modo per i soggetti un po’ ossessivi, logorroici, narcisisti, boicottanti, etc. (lo dico anche con affetto e per esperienza professionale diretta) 
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 Costui, da pioniere della Terapia della Gestalt, di certo non si risparmiava nell’utilizzare quella che la saggezza Sufi millenaria chiamerebbe “Malāmatiyya (ملامتية)”, cioè la “Via del biasimo”, che spiega l’uso della “pazza saggezza” e del linguaggio colorito (che è solo la forma), al quale mediamente si ferma (come pretesto) chi si sente in realtà toccato (più o meno inconsciamente) dalla sostanza del messaggio, e magari non lo accetta, a causa delle proprie resistenze, poiché è proprio quello che ci vuole. C’è anche la possibilità che un tale messaggio, esposto volutamente al biasimo (anche per depistare adulatori, curiosi e perditempo non abbastanza motivati…), in prima battuta non venga accettato ma, ad un certo punto, può arrivare un insight improvviso (anche dopo anni) che ci fa dire: “Caspita, allora aveva ragione!”. Un altro caso è quello in cui si può “guarire” proprio grazie a una tale esternazione scomposta, pur restando convinti di detestare nei secoli dei secoli quel terapeuta o quel maestro, come in quella parabola Sufi sul “benefico inganno” (dove il medico guarì una paralisi psicogena brandendo minacciosamente un coltellaccio da cucina). Una volta c’era davvero più creatività e più libertà di ricerca e di esternazione, più profondità di analisi (al netto, però, dei rischi di scadere nella “terapia selvaggia”)… Poi è arrivata la cappa asfissiante della psichiatria farmacologica e del politically-correct dei tweet e dei talk-show. Sei d’accordo,  

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Fabrizio d’Altilia 

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